RASSEGNA STAMPA

La recensione di Giuseppe Gabusi per OrizzonteCina

Leggi dal sito del Torino World Affair Institute

Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, Chinamen: un secolo di cinesi a Milano (Padova: BeccoGiallo, 2017)

Chinamen è il termine con cui nel XIX secolo soprattutto negli Stati Uniti e nelle terre dell’impero britannico si definivano gli uomini cinesi emigrati che con la loro manodopera contribuivano alla modernizzazione dei nuovi paesi che li avevano accolti: “Oggi è una parola dal sapore coloniale, che molti cinesi trovano insultante. Ma è anche una sorta di dagherrotipo che permette di restituire per un istante all’immagine dei primi migranti cinesi il sapore tragico e meraviglioso di quella loro prima apparizione, in un mondo così lontano dalla terra dei loro antenati” (p. 157). Così Daniele Brigadoi Cologna (membro del comitato di redazione di OrizzonteCina, ndr) nella postfazione spiega il titolo di questa graphic novel che proponiamo ai lettori. Chinamen è la riproduzione su carta di un breve documentario presentato all’interno dell’omonima mostra allestita nella scorsa primavera dal Comune di Milano e dal Museo delle Culture (Mudec), nello spazio Khaled al-Asaad, dedicato alle attività del Forum Città Mondo, e di cui Brigadoi Cologna è stato curatore.

Diviso in cinque atti, lo spettacolo visivo dell’opera mette in scena l’epopea della storica comunità cinese di Milano, in un racconto che attraversa tutta l’Italia del Novecento. Tutto inizia nel 1906, quando un commerciante cinese, Wu Qiankui, proveniente dal distretto di Qing Tian nello Zhejiang meridionale, giunge a Milano per l’Esposizione internazionale. Qui vende tè e statuine di pietra, e la presenza cinese – al tempo così esotica – suscita interesse e curiosità. Devono però passare vent’anni prima di vedere – questa volta a Torino, giunto dalla Francia – un consistente drappello di cinesi emigrare nel Nord Italia, definito dalla stampa locale “un battaglione di venditori di perle”. Tra piazza Vittorio, via Roma e via Po i venditori ambulanti non trovano infatti difficoltà a smerciare collane di perle di ottima qualità a prezzo imbattibile. Molti si trasferiscono poi a Milano, dove tra piazza Duomo e la Galleria attirano ben presto l’attenzione dei vigili urbani, finendo per essere multati, denunciati, ostracizzati, e – ovviamente – accusati di vendere perle false. Ma è solo l’inizio: nel maggio del 1926 una circolare del Ministero dell’Interno definisce ospiti indesiderati i cinesi, raccomandandone il fermo e il respingimento al confine. Nemmeno il regime fascista riesce però a impedire l’arrivo di parenti e amici di una comunità che nel frattempo era cresciuta, e aveva iniziato a diversificare il proprio commercio, passando alle cravatte.

Atto terzo: allo scoppio della guerra, l’alleanza con il Giappone fa della Cina un paese nemico, e i cinesi d’Italia vengono mandati al confino o nei campi di concentramento come quello di Tossicia, in Abruzzo, o quello di Ferramonti, in Calabria, in cui finiscono molti cinesi di Bologna. Terminata la guerra e abolite le leggi razziali, molti cinesi sposano donne italiane e inizia una nuova fase di inserimento dei cinesi nel tessuto sociale e imprenditoriale delle città in cui vivono. Entrano in scena quindi gli anni del boom: vengono raccontati attraverso la storia esemplificativa di Junsà e Attilia, che nel 1962 aprono “La Pagoda”, il primo ristorante cinese di Milano, attirando una clientela benestante, curiosa, pronta a incontrare – davanti a nuovi piatti deliziosi – le persone che contano. Il principale finanziatore è Jang Fyi Ming (detto Luigino), che apre un laboratorio di portafogli, distribuiti in due negozi a Milano e Brescia: il capitale reticolare, frutto di connessioni e intersezioni famigliari e amicali, sostiene così la diffusione dell’imprenditoria dei cinesi di Milano. Il quinto atto ha come protagonista assoluto Mario Tschang, un giovane intraprendente che parte per il Giappone ormai pronto – siamo negli anni Sessanta – a decollare come economia avanzata. Il viaggio – tra Tokyo, Taipei e Hong Kong – cambierà per sempre non solo la vita di Mario, ma anche la vita di milioni di consumatori italiani, grazie alle piccole grandi meraviglie importate dal Sol Levante, alfiere dell’incipiente globalizzazione. Prima che cali il sipario, il libro si conclude con un piccolo spazio dedicato a Anna Chen, la prima donna cinese immigrata in Italia regolarmente – una figura sorprendente per la molteplicità di obiettivi professionali e personali raggiunti.

In una sapiente e accattivante alternanza di bianconero e colore, le tavole di Chinamen – frutto di una ricerca storica evidentemente rigorosa – impressionano fin dall’inizio per la straordinaria capacità degli autori di trasmettere al lettore, nel testo e nella grafica, l’atmosfera del tempo attraversato dalla storia dei cinesi di Milano. Si rivive la belle époque, nei cappelli e nei bastoni da passeggio dei gentiluomini e negli sguardi intriganti delle donne che acquistano le perle facendo il verso alle attrici del cinema muto. L’imperio fascista aleggia negli anni delle persecuzioni, ma l’idillio montano dei paesi abruzzesi dispiega un futuro fatto di promesse, di ricchezza, in un contesto da piccola Dolce Vita milanese in cui tutto diventa elegante, pulito, accogliente, glamour. L’aereo che porta Mario Tschang a Tokyo trascina tutti nel tempo nuovo dell’Asia che avanza, con le luci delle metropoli, il rumore del traffico, la magia scintillante di prodotti dall’uso quotidiano mai visti prima.

In Chinamen l’epopea della comunità cinese di Milano diventa parte della più ampia storia d’Italia, condividendone paure e speranze, miseria e ricchezza, tragedia e commedia. Finalmente la loro esperienza diventa la nostra storia – un esercizio quanto mai necessario in un paese oscillante tra oscuro vetero-nazionalismo e facile retorica della multiculturalità. Poiché Chinamen si ferma agli anni Ottanta, attendiamo con curiosità la prossima puntata – e ci aspettiamo che la mostra venga riproposta in altre città, sicuri che ci siano altre interessanti immagini del dagherrotipo pronte a essere svelate.

I libri recensiti in questa rubrica possono essere acquistati presso la Libreria Bodoni di via Carlo Alberto, 41, Torino.

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BandeDistorte del 27 giugno 2017

Puntata finale della stagione di Bande Distorte: intervista a Matteo Demonte e Ciaj Rocchi, autori di “Chinamen” (Becco Giallo), con la partecipazione di Kika Negroni.

Ecco il podcast 🙂

Chinamen e altre storie

Di Antonio Dini

pubblicato su IL POST

Quando sono arrivato a Milano, oramai adulto, dopo un primo anno in una specie di residence, per un caso sono andato a vivere a Chinatown. Un amico stava lasciando un appartamento in condivisione e io stavo cercando un posto da chiamare casa: lui è uscito e io sono entrato. Tempo un paio di anni e i coinquilini se ne sono andati per matrimoni e altre scelte esistenziali, e io, che nel frattempo avevo  acquisito una autonomia tale da consentirmi di abitare da solo anziché condividere la casa con altri, ho deciso di restare nell’appartamento da solo. Il risultato è che dal 2000 abito a Chinatown: veramente un sacco di tempo.

Ho visto il quartiere, che sento molto “mio”, cambiare in maniera profonda, pur essendomi perso i passaggi degli anni Ottanta e Novanta che intuivo essere stati ancora più trasformativi. Ma non c’è solo questo. Chinatown a Milano ha una storia antica, mentre quella che posso raccontare io è sostanzialmente la storia breve dell’inizio e poi sviluppo della gentrificazione voluta peraltro dall’allora sindaco Letizia Moratti. Una gentrificazione che ha portato alla semi-pedonalizzazione di via Paolo Sarpi (mossa che condivido appieno anche se fatta un po’ a caso: neanche una pista ciclabile vera è stata prevista!) e che poi ha continuato con l’espansione edilizia delle aree circostanti. Chinatown era infatti un tassello di un quadro più ampio che prevedeva il rifacimento della stazione Garibaldi e lo sviluppo edilizio che ha preso tutta quest’area di Milano, incluso il per me non bel palazzo voluto sul suo terreno dalla Feltrinelli dove ora convivono Fondazione omonima e sede “smart” di Microsoft.

Quella però non è Chinatown. Il paese abitato dai Chinamen è un’altro e sta dentro i confini del triangolo Montello-Canonica-Sarpi o poco più. È un triangolo che si è sviluppato con una storia che affonda in più di un secolo di storia. Una storia che sinceramente non ero riuscito a mettere assieme e conoscere, un po’ per pigrizia, un po’ per la mancanza sottomano ad esempio di un buon libro che me la raccontasse. Non l’avevo mai neanche cercato, in realtà, fino a che non è stato lui che è venuto a cercare me. Anzi, loro.

Poi sono arrivati due miei amici, Cjai Rocchi e suo marito Matteo Demonte, e con due fumetti che hanno realizzato in tre anni mi sono fatto un quadro più completo che non nei quindici precedenti.

Il primo libro si intitola Primavere e Autunni, ed è un viaggio intimo nel passato di Matteo, cioè della sua famiglia. La storia di Wu Li Shan, giovane venditore ambulante di cravatte arrivato a Milano nel 1931, e di sua moglie, la sarta italiana Giulia, è la storia che apre i cancelli di Chinatown e comincia a mostrare, a partire daglia anni del fascismo, l’incontro di culture diverse: quella cinese con quella fascista e milanese. Lo sfondo vede la caduta del fascismo, la rivoluzione maoista che taglia definitivamente e dolorosamente i ponti con la madrepatria.

La storia è quella dei nonni di Matteo, ma è raccontata in realtà da Cjai, mentre Matteo studia e disegna, rivive il suo cinese per tracciare gli ideogrammi, sperimenta modalità grafiche con il computer per disegnare. Il finale è un realismo apparente, costruito con naturalezza e ricchezza di scelte. È lontano dalle scuole di comics che gli appassionti di questo settore conoscono, perché intellettualizza i segni con un gusto unico per lo stile storicizzante del tratto fotografico. È un inganno, non ricalca fotografie, ma ricrea con passione e in maniera appropriata un immaginario.

Questa felicità di disegno, questa ricchezza di scelte e particolari continua in maniera particolarmente fortunata con il secondo libro. In questo caso la storia raccontata da Cjai e da Matteo cambia: il libro si chiama Chinamen perchè generalizza e allarga l’obiettivo al secolo dei cinesi a Milano. La storia del nonno Shan diventa una piccola inchiesta sui primi cinesi arrivati in Italia: da dove venivano? Cosa facevano? Cosa rappresentavano nella storia di un Paese come il nostro?

Quando ho fatto ricerche per un mio piccolo ebook sull’altro Expo di Milano (1906 Expo a Milano, pubblicazione gemella di Expo 101) avevo visto che il terreno dietro il Castello Sforzesco, quello che oggi è diventato il parco Sempione e che all’epoca era un grande spiazzo per manovrare con i reggimenti acquartierati nella struttura rinascimentale, aveva ospitato tra gli altri padiglioni anche quello della Cina e che l’occasione era stata preziosa per far entrare in contatto nella contemporaneità le due culture.

Non sapevo che proprio dall’Expo di Milano del 1906 che celebrava il lavoro (e il completamento del traforo del Sempione) sarebbe nata la prima scintilla di interesse per l’Italia e Milano (oltre che Bologna) di tanti cinesi. Era l’inzio di un percorso di immigrazione e integrazione completamente differente da quelli a cui siamo abiutati a pensare. La tenuta narrativa di questa indagine e la sua capacità di ricostruire oltre che di evocare cento anni di storia completamente assente dalle nostre narrazioni condivise è deliziosa e straordinariamente efficace. Mi è spiaciuto che fosse più corto del primo, ma forse Chinamen ha una maturità e forza di guardare in profondità che nel primo non è ancora così sviluppata.

Dopo aver letto questi due libri-inchiesta-fumetti, che si distaccano dalla tradizione di tutto quel che ho letto di fumetto (e che non è esattamente poca roba, come possono dire tutte le persone con i quali ho convissuto e che hanno dovuto condividere i loro spazi con la mia carta), ho cominciato a guardare diversamente il mio quartiere. Vorrei che ci fosse un terzo libro che raccontasse con lo stesso sguardo attento e penetrante la cronaca degli ultimi anni: l’attuale trasformazione di Chinatown con la nascita di tanti ristoranti, posti per finger food, locali, ma anche nuovi ingrossi, nuove occasioni di incontro e di confronto.

Per quanto riguarda me, che sono sempre stato affascinato si dall’infanzia dalle culture esotiche, che vengono da fuori, proprio perché lontane e diverse in tutti i modi possibili, aver letto questi due libri mi ha regalato la possibilità di dare tridimensionalità al piccolo Salgari che è in me, e che si rallegra ogni mattina quando esco di casa ed entro nel timido caos della mia Chinatown.

A… Vogliamo anche le rose 🙂

Grazie a Barbara Sorrentini e a RadioPopolare per questa bella intervista a proposito di Chinamen, il documentario!

Puoi ascoltare il podcast a questo link: VOGLIAMO ANCHE LE ROSE 1_06_2017

Chinamen a Ovunque 6, Radio2

La mattina di Pasqua Matteo Demonte è stato ospite di  Natascha Lusenti a Ovunque 6 sulle frequenza di Radio2! Dal minuto 55 e 20…

CHINAMEN AL TG R – VENETO

In occasione della presentazione di Padova è passata a trovarci la Rai. Ci trovate dal minuto 14 e 30!

CHINAMEN – Un secolo di cinesi a Milano

Leggi da L’Espresso Online

di Manuela Caserta

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Sulle ragioni e sulle cause che portarono i cinesi a insediarsi in Italia, fondando una vera e propria comunità, si sa poco. Anzi, il laborioso mondo dagli occhi a mandorla, oggi, per molti italiani è l’emblema della disgregazione del tessuto imprenditoriale “made in Italy”, già travolto dalla globalizzazione e dal mercato nero.

Eppure in pochi sanno che il primo governo a intrecciare rapporti bilaterali diplomatici e commerciali con la Cina, fu proprio il governo Mussolini che invio Gian Galeazzo Ciano come primo console a Shangai.  Eccetto poi, sposare la causa del Giappone quando l’impero nipponico invase la Manciuria a danno della Cina, trasformando così il Giappone, in uno dei principali alleati del fascismo nella seconda guerra mondiale.

Chinamen di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte è la seconda graphic novel edita da BeccoGiallo dedicata al complesso mondo cinese che vive in Italia da generazioni. Dopo Primavere e Autunni pubblicata nel 2016, nella quale gli autori narravano le imprese di Wu Li Shang nonno di Matteo Demonte, arrivato in Italia nel 1931, questa volta Ciaj e Matteo hanno deciso di accendere il riflettore della Storia sui pionieri della comunità orientale meneghina.

I primi cinesi approdarono in Italia durante l’EXPO del 1906, era l’alba di un nuovo secolo e la parola “progresso” evocava l’imminente realizzazione di grandi imprese che avrebbero aperto l’Italia all’Europa e al mondo intero. La rapida diffusione di monili a basso costo provenienti dal Grande Oriente fu merito del commerciante cinese di statuine e tè Wu Qiankui, e dell’imprenditore italiano Cesare Curiel che le vendeva nel proprio emporio. Ma la Cina fece il suo ingresso trionfale per la prima volta nel mercato italiano con un padiglione all’interno della prima EXPO, in quell’occasione, infatti, il vicerè cinese Tuang Fang, venne accolto con tutti gli onori di una visita ufficiale dal re d’Italia.

Per tutti i primi anni ’30 gli occhi a mandorla continuarono ad arrivare nel nostro Paese a frotte,  vendendo collane di perle a basso costo alle signore dell’alta borghesia. I piccoli commercianti orientali si diffusero nelle principali città del nord Italia a macchia d’olio, fino a quando le autorità cominciarono a infastidirsi e a controllare il loro commercio in nero,  ordinarono perfino un censimento di tutti i cinesi approdati sul territorio lombardo. Cercarono di bandire il loro libero commercio soprattutto dopo le proteste dei commercianti italiani, ma nonostante i divieti e le multe i cinesi continuavano ad arrivare.

Intorno agli anni ’40 con l’ascesa del fascismo iniziarono a commerciare cravatte. Mussolini avviò degli intensi scambi culturali tra i due paesi e in Italia fu fondato l’ISMEO L’istituto italiano per l’Estremo e il Medio Oriente.

Successivamente, con il voltafaccia del fascismo verso la Cina e l’entrata in vigore delle leggi razziali molti di loro subirono rastrellamenti.

Chinamen ci consegna un capitolo della storia sull’immigrazione nel nostro paese del tutto inedito. Quelli del dopoguerra, per intere generazioni di italiani, furono anni di emigrazione, l’esotico flusso al contrario dall’oriente verso il Bel Paese rappresenta il tratto distintivo di una miope visione politica al nostro interno e di una lettura sociologica ed economica europea del tutto ignorata ai tempi.

La vera integrazione cominciò nel dopoguerra, con i matrimoni misti fra italiane e cinesi, la comunità crebbe sempre di più, in molti fondarono imprese e piccoli laboratori artigianali di produzione di ecopelle a Bologna, Torino e Milano.

Il 3 ottobre del 1962 Attilia e Junsà, una delle prime coppie miste milanesi, aprivano insieme ad altri tre soci cinesi il primo ristorante  della capitale meneghina.

Era cominciata una nuova era per tutti cinesi trapiantati a Milano, alcuni di loro vendevano i propri prodotti artigianali anche ai grandi marchi italiani come la Standa, fiorivano nuovi ristoranti e tessevano ottimi rapporti con le istituzioni. La storia tutta al maschile del popolo cinese in Italia ha però una protagonista femminile di assoluto rilievo: Chen Yuhua, prima donna immigrata regolarmente in Italia, imprenditrice, possidente terriera e poetessa.

Tra le righe di Chinamen c’è una narrazione che va ben oltre il romanzo epico e biografico dei pionieri della comunità. Matteo Demonte e Ciaj Rocchi hanno il merito di aver tirato fuori dai buchi neri della memoria piccoli ma significativi esempi di buona integrazione sociale. Non so se attraversare confini e sopravvivere all’ignoto regali la capacità di mettere radici pure sulle pietre, ma le storie di Yaoguang, Attilia e Junsà, e di Chen Yuhua  suscitano senza dubbio ammirazione e anche un pizzico di sana invidia.

ChinaMen – Un secolo di cinesi a Milano di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, Edizioni BeccoGiallo,  pag. 183, costo 18 euro.

“Chinamen”. la storia dei cinesi in Italia in una graphic novel

È un’opera completa, fatta di diversi elementi, il nuovo lavoro di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte. Chinamen non è solo un graphic essay, un doc a disegni animati e una mostra, ma un progetto in continua ridefinizione e aggiornamento, un continuo lavoro di ricerca (in coda all’articolo le immagini).

Perché “Chinamen”, un titolo che anche grazie a un gioco di colori si può leggere con varie sfaccettature e rimanda al termine con cui venivano chiamati a inizio secolo i cinesi in Europa e in America, dagli inglesi, è un percorso itinerante, fatto di mostre e incontri, ma anche di un documentario e di una graphic novel. Il tutto, nello stile dei due, attraverso illustrazioni che uniscono una estetica ricercatissima e allo stesso tempo una precisione quasi maniacale nel ricostruire situazioni, luoghi o oggetti. Senza rinunciare alla fantasia, ci portano in un viaggio che ripercorre la storia dei cinesi in Italia. Una storia per molti anni nascosta anche agli stessi cittadini di origine asiatica ma italiani a tutti gli effetti e che Matteo Demonte, che è uno di questi, ha voluto raccontare. “Il tentativo di Chinamen – racconta Matteo – è stato quello di inquadrare la storia dei cinesi d’Italia all’interno della più ampia trama della diaspora cinese nel mondo. Fino ad oggi si è continuato a legare la vicenda dell’immigrazione cinese in Europa alla storia degli oltre 100.000 coolies che arrivarono per scavare le trincee in Francia durante la prima Guerra Mondiale. Le nostre ricerche e le ricerche del professor Daniele Brigadoi Cologna, (Università dell’Insubria) ci raccontano invece di cinesi provenienti da una regione specifica della costa sud orientale della Cina, il Zhejiang: da quest’area avrà origine la più grande emigrazione dalla Cina verso l’Europa nella modernità e da qui provengono cinesi che sono sempre stati commercianti e che se sono passati per la Francia, ci sono arrivati comunque dopo la Grande Guerra, in cerca di nuovi mercati. Chinamen ci racconta quindi come questo primo piccolo flusso migratorio verso l’Italia abbia avuto il via grazie ad una società commerciale sino-giappo-francese che commerciava perle finte e che, tra il 1926 e il 1927 inviò nel nostro Paese circa 200 rappresentanti cinesi, proprio i nostri venditori ambulanti… Questa storia dei primissimi migranti cinesi in Italia è poco conosciuta anche in Cina, ma a partire dagli anni ’90 la situazione cambia radicalmente, anzi, quest’immigrazione diventa il “modello WenZhou”, un modello di immigrazione di successo, di taglio marcatamente commerciale, studiato nelle università cinesi. Oggi la posizione dei “cinesi d’oltremare” è riconosciuta come una risorsa, anche economica”.

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La città di Milano, dove al Mudec – Museo delle Culture è stato presentato per la prima volta il lavoro, è dove tutto comincia. Anche grazie all’Expo del 1906. “Noi– risponde Ciaj questa volta – abbiamo raccontato dell’Expo del 1906 perché al seguito della delegazione imperiale cinese che partecipò all’evento vennero anche dei commercianti che esportavano piccoli oggetti d’arte e tè e furono questi ultimi che si stabilirono per primi nelle zone adiacenti alla fiera, proprio in via Canonica. Non erano migranti e ripartirono portando con sé il ricordo di questi luoghi lontani: Milano, Rotterdam, Parigi, Saint Louis… possibili mercati, luoghi su una mappa, mete per i futuri migranti dei loro villaggi di provenienza.
La storia di Wu Qiankui raccontata in questo primo capitolo dell’Expo è per noi molto importante. E’ un personaggio realmente esistito e la sua storia è ben documentata; proveniva proprio da Longxian lo stesso villaggio del nonno di Matteo e avevano lo stesso cognome “Wu”; probabilmente era uno zio, chissà se fu lui a parlare per la prima volta di Milano al nipote? Per cui l’abbiamo scelto come innesco per la nostra storia perché ne rappresentava il seme, un simbolo”.

L’Italia in un secolo e più, è molto cambiata. Stessa banale considerazione si può fare per la China. E voi questo aspetto lo toccate, ricostruendo crisi internazionali, come quella di Taiwan ad esempio. Fatti lontani in tutti i sensi che è importante notare come sono stati percepiti da chi era lontano, o da chi addirittura in Cina non aveva mai messo piede perché nato qui, in Italia.

“Fino agli anni ’70 in modo trasversale. Ti faccio un esempio concreto. Mio nonno ha lasciato la Cina negli anni ‘20. Era appena caduto l’impero Qing, la neonata repubblica cinese e la rivoluzione comunista era ancora di la da venire. Lui era repubblicano e nazionalista come tutti i suoi amici e compaesani. Quando nel ’49 la Cina è stata liberata ed è stata proclamata la Repubblica Popolare, mio nonno che si era costruito una famiglia in Italia, ha messo da parte l’idea di tornare in patria e così molti emigranti della prima ora come lui. La transizione verso la Nuova Cina, la Cina Comunista è avvenuta lentamente certo c’è stata un’ambasciata a Roma fin dal 1971, ma il primo consolato generale della Repubblica Popolare Cinese sarà istituito a Milano solo nel 1987.
La pubblicazione di Chinamen oggi e di Primavere Autunni (il volume precedente sempre edito da Becco Giallo) l’anno scorso, hanno provocato nei cinesi di seconda e terza generazione una specie di riscoperta, non tanto delle loro origini ma del contesto storico in cui questa complessa vicenda migratoria è nata e si è sviluppata, con caratteristiche precise fino ai giorni nostri. Ora come un secolo fa sono ancora quelli il clan e i villaggi ancestrali di provenienza dei nostri cinesi d’Italia”.

Lavori di questo tipo sono molto rari, frutto di studi, di incontri, di documenti cercati e trovati, di traduzioni, discussioni. Un editore cinese ha acquistato i diritti per la loro prima graphic novel, Primavere e Autunni (Ed. Becco Giallo), che raccontava proprio della vicenda biografica del nonno di Matteo arrivato in Italia dalla Cina nel 1931”.
Nel libro ci sono alcuni episodi che rimarcano la capacità di introdurre nel mercato prodotti mai visti prima. Sono poi oggetti, come l’UniPosca che molti sicuramente ricordano, che sono entrati nell’uso comune delle persone che però ignorano come siano arrivati nelle loro mani. Cancelleria vintage, ma che ha segnato un’epoca.

“La vicenda di Mario Tschang è una storia unica e paradigmatica allo stesso tempo. Mario è il primo figlio della comunità, il primo cinese-italiano nato dal primo matrimonio misto. La leggenda narra che nel quartiere ai tempi i cinesi festeggiarono per una settimana intera. Era il 1933. Mario come suo padre è stato un pioniere, così come suo padre che era stato uno dei famosi perlari degli anni ’20, Mario lo diventò 40anni dopo aprendo un’altra pista commerciale che collegherà l’Italia alla Cina e all’Oriente tutto. Il suo racconto ci ha permesso di attraversare un piccolo spaccato legato sia ai materiali che alle stesse lavorazioni. Mi riferisco alla storia della merce, dei prodotti, innumerevoli manufatti cinesi che da anni ormai hanno colonizzato non solo i nostri mercati, ma anche il nostro immaginario. Made in Japan, Made in Taiwan, Made in Hong Kong, made in China e ora l’anonimo acronimo Made in R.P.C.
Oggetti che hanno rivoluzionato il nostro modo di scrivere, disegnare e progettare: dalle prime matite con micromina ai pennarelli Uniposca by Osama. Ma sono infinite le derive commerciali che da quella prima incursione di Mario nei lontani anni ’60 si sono sviluppate tra Italia e Cina: Hong Kong è rientrata in Cina nel ’97 e solo dal 2001 la Repubblica Popolare è entrata a far parte del WTO. Nel frattempo Mario Tschang ha costruito a Shanghai Palazzo Lombardia per l’allora “Celeste” Roberto Formigoni”.

“Chinamen”, l’avvincente storia dei cinesi di Milano

Una graphic novel di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte narra l’arrivo dei primi immigrati, le difficoltà durante il Fascismo, i matrimoni misti e l’integrazione

7 aprile 2017 | di Maria Tatsos | CulturaLibri

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Anni fa, mentre ero a cena in uno dei ristoranti della Chinatown milanese, una cliente cinese originaria di Pechino mi disse con aria stupita: «Questo posto è una sorpresa. Sa, tutti i cinesi di Milano vengono dalla parte interna dello Zhejiang, che non ha una gran cucina». Era la prima volta che sentivo parlare di Zhejiang, né immaginavo che i “nostri” cinesi venissero tutti da questa regione a sud di Shanghai.

Oggi il turismo ha reso la Cina più vicina a noi, ma ben pochi italiani sanno che siamo il Paese europeo che vanta il maggior numero di cittadini cinesi residenti (quasi 200 mila su un totale di 826 mila in Europa, secondo il censimento 2011). E la maggior parte di loro, a Milano come altrove, vengono dallo Zhejiang, che forse non vanterà grandi chef, ma è una terra di gente intraprendente e coraggiosa. Ce lo raccontano due giovani milanesi, Ciaj Rocchi e Matteo Demonte (nella foto), nella loro graphic novel Chinamen – Un secolo di cinesi a Milano, che rientra in più ampio progetto promosso dal Museo del Mudec e dal Comune di Milano, volto a far conoscere la comunità cinese che vive fra noi, ormai da oltre cent’anni, attraverso una mostra aperta fino al 17 aprile prossimo, un documentario a fumetti e il libro.

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Dopo aver narrato nel loro libro precedente, Primavere e autunni, la storia del nonno di Matteo, Wu Li Shan, giunto a Milano nel 1931, i due illustratori e videomaker stavolta si sono cimentati con la ricostruzione delle vicende dei primi cinesi giunti in Italia, a cominciare dal pioniere Wu Qiankui, che nel 1904 era partito da un paesino vicino a Qing Tian, nello Zhejiang, per vendere statuine cinesi realizzate in una pietra simile alla giada, e the. Questo signore dal codino era stato dapprima a Brescia e nel 1906, grazie a un conoscente italiano, aveva partecipato all’Esposizione Universale di Milano, dove per la prima volta c’era un padiglione cinese. Per i milanesi, questa è la prima occasione di incontro con la gente del Celeste Impero, dai modi e dall’apparenza esotica.

Non passeranno molti anni, e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale offrirà un’altra interessante opportunità. Il governo cinese, desideroso di intrecciare relazioni paritarie con le potenze europee, metterà a disposizione un contingente di 140 mila volontari che andranno a costruire trincee, lavoreranno nelle fabbriche e nelle fattorie, per supplire alla manodopera locale partita al fronte. Questo contingente proveniva soprattutto dallo Shandong, e alla fine del conflitto circa 2000 di questi giovani uomini scelsero di restare in Francia. Alcuni di loro sposarono donne francesi e diedero vita alla prima Chinatown parigina.

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Come spiega il sinologo Daniele Brigadoi Cologna in un breve saggio contenuto nel libro di Rocchi e Demonte, i Chinamen – questi immigrati cinesi che dal XIX secolo andarono ove le potenze coloniali e in ascesa richiedevano forza lavoro – erano soprattutto uomini. Le donne arrivarono molto più tardi (come Chen Yuhua, prima immigrata cinese in Italia nel 1960). Nel 1926, i primi commercianti cinesi di perle erano giovani maschi. Il Fascismo e poi la guerra, che tramutò le poche centinaia di cinesi in Italia in potenziali nemici, non furono morbidi con la comunità. Ci furono rastrellamenti, campi di prigionia ma anche storie d’amore. Come quelle che fiorirono fra alcuni cinesi al confino ad Atri, in Abruzzo, e le donne del posto. Dopo il 1946, qualcuno scelse di tornare in patria, portandosi anche la moglie europea, ma tanti decisero di restare e di rimboccarsi le maniche per contribuire alla rinascita del nostro Paese.

Scegliendo le vite esemplari di alcuni personaggi della comunità cinese di Milano e non solo, Ciaj Rocchi e Matteo Demonte ci offrono un affresco di un Novecento poco noto, ma affascinante. Storie di uomini ordinari, così esotici ma anche così simili a tanti di noi, con il fiuto per il business nel dna e affiancati da mogli italiane che spesso si sono rivelate determinanti nel loro successo.

Come la precedente graphic novel, anche Chinamen si legge d’un fiato, mossi dalla curiosità di scoprire un mondo perduto, ma che grazie ai discendenti di questi immigrati in cerca di fortuna, oggi offre nuove prospettive di integrazione e di arricchimento reciproco.

Maria Tatsos 

 Su Linus di aprile…

Una nuova recensione per Chinamen, a firma di Ivan Carozzi per Linus, all’interno della rassegna Migranti/La Terra Inquieta, tema di tutto il numero.

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Chinamen su Radio Capital

Bisogna scorrere fino a 49 e 41 per scoprire la recensione di Antonio Iovane all’interno di OpenCapital 🙂

Chinamen a Radio24

Ascolta il podcast dentro iTunes o sul sito di Radio 24

Sabato 1 aprile siamo stati ospiti di Valentina Furlanetto e della sua trasmissione Indovina chi viene a cena in onda su Radio 24.

Pagina 99: “quando Mario il cinese importò i pennarelli”

Sabato 1 aprile Pagina 99 dedica due pagine a Chinamen:

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Ancora Chinamen a RadioPopolare

martedì 28 marzo siamo stati ospiti di Maurizio Principato e del suo StileLibero, sulle frequenze di RadioPop.

Perle, amori e involtini, così Milano si tinse di giallo

19 marzo 2017 La Repubblica

di SIMONE MOSCA
Era l’8 marzo del 1926, in città stava montando un caso. Per le strade avevano preso a circolare come sbucati dal nulla esotici venditori di perle, ovviamente false ma di ottima fattura e soprattutto molto economiche. Arrivavano in treno dalle capitali d’Europa. Potevano bastare appena 5 lire e le donne si ammalarono subito della febbre da perla. Quel giorno allora la questura, incalzata anche dai commercianti locali che videro calare gli affari, decise di controllare i documenti agli ambulanti dagli occhi a mandorla e fu così che a 26 cinesi fu concesso per la prima volta il permesso di soggiornare a Milano. È uno dei momenti salienti di “Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano”, la mostra a cura di Daniele Brigadoi Cologna che il Mudec dedica (fino al 17 aprile) a una lunga storia d’amore (oggi in città i cinesi sono circa 27 mila).
Le vicende che l’allestimento passa in rapida rassegna scorrono sul doppio binario di una bella graphic novel (pubblicata da Becco Giallo) e di un corto di animazione da 25 minuti, in loop al Mudec dove se ne parlerà anche giovedì 23 alle 18, presenti i due autori, Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, coppia nel lavoro e nella vita, che alle radici cinesi di Demonte aveva già dedicato Primavere e Autunni (Becco Giallo), dove il protagonista era Wu Li Shan, ambulante e venditore di cravatte arrivato a Milano nel ‘31 e nonno di Demonte. Il primo notevole cinese di Milano, stando a
Chinamen, fu però Wu Qiankui, artigiano e commerciante di statuine realizzate in pietra di Qing Tian (in mostra). Sembra giada ma costa molto meno.
Qiankui si presentò al padiglione cinese dell’Expo nel 1906, vicino all’Acquario Civico. Vide le statuine tale Cesare Curiel che le volle per il suo emporio. È però tra gli anni ‘20 e ‘30 appunto che la marea cinese sale. E si rintraccia il seme da cui ha germogliato Chinatown nel ‘26, quando si segnala in via Canonica 38 la prima residenza mandarina. Inizia poi l’integrazione quando cinesi e italiane si innamorano. Prima coppia nel ‘34 e poi tante altre che si fanno immortalare nello studio fotografico Tollini di Paolo Sarpi. Non è tutto rose e fiori, in mostra vanno decine di lettere di cittadini poco riguardosi (eufemismo) degli asiatici in quanto stranieri, giusto per ricordare che il razzismo non l’ha inventato internet.
Le leggi razziali le hanno invece inventate i fascisti (alleati del Giappone e nemici della Cina) e riguardarono anche i cinesi, rastrellati a centinaia a Milano, mandati tra il ‘41 e il ‘42 nei campi montati tra Abruzzo e Molise. A guerra finita, molti rimasero nei pressi del Gran Sasso, spesso prendendo moglie. In una teca c’è un costume tradizionale. Sbarcò vestito così nel 1936, a 16 anni, Junsà, che avrebbe fatto fortuna e il 3 ottobre del ‘63 in Fabio Filzi aprì il primo ristorante cinese di Milano. Ne scrisse Buzzati, quella sera benedisse i locali anche un giovane Carlo Maria Martini. Il finale si conosce già e un involtino dopo l’altro, è finita che cinese (per ora) è anche una sponda del Meazza.

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LE IMMAGINI
Tavola della graphic novel “Chinamen”, ritratto della di famiglia di un immigrato (1950), scorcio della mostra

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Recensione di Chinamen

Ascolta il podcast di Esteri – RadioPop

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Al Mudec Chinatown a fumetti

Gallery fotografica sul sito del Corriere della Sera

All’Expo 1906 i primi legami tra Milano e gli asiatici. Difficoltà, integrazione e storie di successo nei disegni di Rocchi e Demonte in mostra al Mudec

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La Cina a Milano, in mostra al Mudec un secolo di storia

Slideshow fotografico sul sito di La Repubblica
“Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano” è la mostra ospitata al Mudec-museo delle culture di Milano che invita a scoprire attraverso immagini, oggetti e testimonianze dirette, un percorso di storia inedito: la nascita dell’identità sino-milanese e le trasformazioni del quartiere di via Canonica, Sarpi e Porta Volta in Chinatown, articolando, sul filo della memoria ritrovata, una riflessione sul presente e sulla città. L’esposizione è il frutto del lavoro del sinologo Daniele Brigadoi Cologna, dell’Università degli Studi dell’Insubria, in collaborazione con un gruppo di studenti, che ha attinto agli archivi fotografici pubblici e in quelli privati delle antiche famiglie italo-cinesi di Milano e delle illustrazioni dell’artista Matteo Demonte, autore del documentario a disegni animati dall’omonimo titolo “Chinamen” – parte integrante dell’esposizione. Sarà possibili visitare la mostra dal 15 marzo al 17 aprile

Dal venditore di perle al re dei pennarelli… Cent’anni di Chinatown

15 marzo 2017 Di Nicoletta Orlandi

Correva l’anno 1906. A Milano era in corso l’Esposizione Universale e in città arrivarono i primi mercanti cinesi. Provenivano dal distretto di Qing Tian nella regione Zhejiang e vendevano statuette di simil giada e collane che sembravano di perle ma che perle non erano. I milanesi le chiamavano “perle matte”. Presero delle stanze in una locanda di via Canonica al civico 35, vicino alla fiera. Quel ristretto gruppo di intrepidi commercianti (si contavano sulle dita di una mano) fece da apripista al flusso migratorio del 1926 costituendo il nucleo della grande comunità cinese in città.

A loro, definiti dagli occhidentali con la parola non sempre positiva “Chinamen”, alla loro storia all’ombra della Madonnina, al processo di integrazione e di riscatto sociale è dedicata la mostra che appena inaugurata al Mudec di Milano “Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano”.
«Arrivarono in città con un preciso progetto professionale: vendere. Sono sempre stati in grado di veicolare idee e capitali. Erano tutti uomini e le ragazze che venivano dalle campagne lombarde se li contendevano», racconta Ciaj Rocchi. La studiosa ha raccolto gran parte del materiale esposto in via Tortona insieme al marito Matteo Demonte, cinese di terza generazione proveniente dall’antica famiglia Wu Li Shan, artista e autore del documentario a disegni animati da cui è stata tratta la graphic novel che fa da catalogo all’esposizione.

Ciaj Rocchi racconta della prima licenza commerciale rilasciata dal Comune di Milano a un cinese datata 1927 («In città c’erano circa 300 mercanti ma solo dieci vennero autorizzati a vendere limitando il loro commercio ad alcune vie. Cosa che ovviamente non venne rispettata»); del primo bambino cinese registrato all’anagrafe cittadina («Era il 1933 e quel neonato era Mario Tschang, fondatore della ditta di pennarelli Osama»); del primo ristorante aperto in via Fabio Filzi 2 di cui in mostra è esposta la porta originale; delle tombe al Monumentale («la più antica è del 1935 e appartiene a un cinese morto di tisi»).
Oggetti come le borse in simil pelle vendute alla Standa o le perle “matte” che venivano vendute a 5 lire dando la possibilità a tutte le donne di indossare articoli fino ad allora nella disponibilità delle più ricche, foto, ritratti di famiglia dello

Studio Tollini (che dal 1934, anno del primo matrimonio tra un’italina e un cinese, testimonierà la vita del quartiere) articoli di giornale sono proposti ai visitatori con l’obiettivo di gettare una luce su aspetti poco esplorati della presenza cinese a Milano – come ad esempio la persecuzione e la deportazione dei cinesi e delle loro famiglie (le mogli erano italiane) nei campi di concentramento durante il ventennio fascista – da qui irradiatasi in tutta Italia.
La mostra si può visitare gratuitamente fino al 17 aprile.

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Perle finte e involtini, istantanee su un secolo di cinesi a Milano

15 marzo 2017 da La Stampa

ALBERTO MATTIOLI
MILANO
In principio furono le perle. False, ovviamente. Correva l’anno 1926 e le vendevano agli angoli delle strade, tenendone i fili infilati sulle braccia. Costo, invariabilmente, «trenta lire», fino a cento per gli esemplari più belli, quelli che sembravano meno falsi. Prezzi trattabili, naturalmente. Quanto a negoziati, al confronto dello shopping con gli orientali il congresso di Vienna è una chiacchierata fra amici.
Così iniziò l’immigrazione cinese in Italia, raccontata da una bella mostra al Mudec, il Museo delle Culture di Milano (da oggi al 17 aprile), Chinamen – Un secolo di cinesi a Milano, a cura di Daniele Brigadoi Cologna. È uno dei rari casi in cui il catalogo è perfino più intrigante della mostra: si tratta infatti di una grafic novel di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, che hanno anche realizzato un documentario animato. Bellissimi l’uno e l’altro, quindi è per puro sadismo che segnaliamo un errore: quando Gian Galeazzo Ciano rientrò in Italia dopo essere stato console a Shanghai non fu per diventare ministro degli Esteri, ma capo dell’Ufficio stampa del suocero Duce (ministro lo sarebbe diventato in seguito, per sfortuna sua e nostra).

La storia
In realtà, i primi cinesi erano arrivati a Milano già nel 1906, in occasione dell’Esposizione universale, una kermesse dove fra le magnifiche sorti di un progresso modello Ballo Excelsior era rappresentato anche il Celeste impero con un padiglione dedicato a navigazione e pesca. Il Messaggero, il 20 agosto 1906, titolò così: «I cinesi all’Esposizione di Milano», e vabbé. È il sommario a dimostrare che l’immigrazione non è mai tutta rose e fiori: «Una strana forma di pericolo giallo – L’Europa inondata di pesce fritto?». Fra l’altro, questa storia dell’Expo giolittiana spiega anche perché i cinesi stiano dove tuttora stanno. Si svolgeva nella zona dell’Arena, a due passi da via Canonica diventata poi la prima strada «cinese» di Milano. I cinesi sono ancora lì, magari solo un po’ più su, in via Sarpi e dintorni. Del resto vengono tutti, allora come oggi, dalla stessa regione, lo Zhejiang.

E così siamo al ’26, quando i primi 51 venditori di perle arrivano dalla Francia all’Italia, passando ovviamente per Torino dove La Stampa titola già sull’«invasione». Inizia allora tutta una storia infinita di permessi, divieti, lamentele di ambulanti italiani per la concorrenza presunta sleale, rapporti di polizia, tasse da pagare o evase, scriventi uffici e Regie questure che, si può dire, ancora non è conclusa. Nel frattempo, le perle sono state sostituite dalla merceria. Qualche nonno ricorda ancora l’ambulante cinese che salmodia «una cravatta una lira».

Per il momento, l’immigrazione è solo maschile (la prima immigrata regolare, Anna Chen, arrivò soltanto nel ’60, e fu subito success story). Il primo matrimonio misto risale al 1934. Le fotografie dello studio Tollini di via Sarpi documentano queste coppie sino-milanesi, lui per la parte sino, lei per quella milanese, e le famiglie di una piccolissima borghesia dignitosa e già integrata. Sembrano tutti dei signori Brambilla, gli uomini con il fazzoletto nel taschino, le sciure col filo di perle (false?), i bambini con il fiocco della prima comunione.

La guerra è una tragedia anche per loro. L’Italia è alleata del Giappone che è nemico della Cina. Il 9 dicembre ’41, due giorni dopo Pearl Harbor, la Cina libera dichiara guerra al Regno. I cinesi diventano cittadini nemici e finiscono internati, in condizioni anche dure, nei campi di concentramento dell’Abruzzo. Nel secondo dopoguerra, i cinesi sono pochissimi fino all’inizio degli Anni 70. Ma il primo ristorante cinese di Milano, «La pagoda», apre il 3 ottobre 1962, presente l’ambasciatore della Cina nazionalista che per il momento è l’unica che l’Italia riconosca. Sul Corriere, Dino Buzzati racconta da par suo l’esotica esperienza di mangiare con le bacchette. Titolo del paginone: «Ti piace la marosta?».

Il resto non è più storia, ma cronaca. Il boom dell’immigrazione degli Anni 80 e 90 trasforma via Sarpi e dintorni in una delle Chinatown più compattamente cinesi d’Europa, anche con qualche problema di convivenza, su cui la mostra diplomaticamente sorvola, ma con un’integrazione nel complesso riuscita. I cinesi d’Italia erano 45 nel 1911: nel ’15, risultavano 271.330, quarto gruppo etnico e quinta generazione in Italia. Aspettando di sapere in che mani finirà il Milan, il pericolo giallo non era forse poi così minaccioso. In ogni caso, come dice l’assessore alla Cultura di Milano, Filippo Del Corno, l’obiettivo anche di questa mostra è che «la differenza delle culture generi la cultura della differenza».

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Chinatown (a fumetti) prima di Chinatown

13 marzo 2017 Da Corriere Milano

All’Expo 1906 i primi legami tra Milano e gli asiatici. Difficoltà, integrazione e storie di successo nei disegni di Rocchi e Demonte in mostra al Mudec

di Marco Del Corona

Bisogna immaginarseli, i cinesi a Milano per l’Esposizione Universale del 1906: una delegazione imperiale inviata dalla declinante dinastia Qing a presidiare un padiglione dedicato alla piscicoltura. La curiosità del pubblico italiano, e qualche imprenditore che aveva capito da che parte sarebbe passato il futuro. E bisogna immaginarseli, di nuovo, vent’anni dopo, a smerciare perle artificiali, venditori ambulanti tanto abili nel sollecitare il vorace interesse delle signore meneghine quanto infaticabili nel rimpiattino con le autorità che, istigate dai commercianti,tentavano di allontanarli.

Chinatown prima di Chinatown, quando il fulcro della presenza cinese era via Canonica, non via Paolo Sarpi. Lungo la storia di un’immigrazione che ormai fa parte del tessuto di Milano si avventura la graphic novel «Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano» di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte (BeccoGiallo), che allarga il discorso avviato con il loro primo fumetto, «Primavere e Autunni» (stesso editore, 2015), basato sulla vicenda di Wu Li Shan, nonno di Demonte. Raccontano gli autori: «Quel libro ha fatto succedere qualcosa. Generazioni di italo-cinesi che avevano cercato in tutti i modi di italianizzarsi hanno scoperto che la loro identità cinese non andava messa da parte o condivisa solo in privato ma era un patrimonio da valorizzare. Abbiamo innescato i loro racconti e ci siamo trovati a essere depositari della loro memoria».

«Chinamen» esce mercoledì in concomitanza con l’apertura dell’omonima mostra al Mudec, che ha coprodotto un cartone animato realizzato da Rocchi e Demonte sulla base del fumetto. Né è gratuito il titolo inglese, preso da una hit del 1974 del cantante giamaicano Carl Douglas, «Kung Fu Fighting» («They were funky Chinamen…»), che evoca lo straniamento degli immigrati cinesi e delle comunità che li accolgono. Il libro contiene un saggio del sinologo e sociologo Daniele Brigadoi Cologna che mette in luce aspetti poco esplorati della presenza cinese a Milano, da qui irradiatasi in Italia: dai primi contatti del 1906 alla deportazione nei campi di concentramento dei cinesi e delle loro famiglie (le mogli erano italiane) durante la Seconda guerra mondiale.

Il fumetto segue questa traccia, condensando il lavoro di documentazione degli autori: nelle tavole si ritrovano le cronache che il «Corriere della Sera» dedicò ai perlai di Milano nel ’26, dettagli minuti e vicende di successo, come quelle di Attilia Trabucchi Hu e del marito Junsà, di Mario Tschang (fondatore della ditta Osama), di Anna Chen (prima donna cinese regolarmente immigrata in Italia), la nascita dei primi ristoranti cinesi a Milano (la Pagoda, 1962, di cui scrisse Dino Buzzati, e La Muraglia, ’74). Destini che hanno condiviso con Milano l’epopea del boom senza nascondersi contraddizioni e difficoltà. E la storia non è ancora finita.

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Cinesi a Milano, oltre via Sarpi

4 marzo 2017 Da Avvenire, di Andrea d’Agostino

Copia di Avvenire

TG3 Regione Lombardia 02.02.17

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Oggi 02.02.2017 all’edizione delle 14 del TG Regione – Lombardia è andato in onda un servizio sulle proiezioni di Chinamen in Via Paolo Sarpi. Se siete curiosi, cliccate qui! Siamo dal minuto 17,25 😉

Snooze: Radiopop 26.01.2017

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Oggi 26 gennaio 2017, Ciaj Rocchi ospite di “Snooze – notizie e racconti di prima mattina”, trasmissione di RadioPopolare, ci racconta delle proiezioni in Paolo Sarpi in occasione del Capodanno cinese..

Ascolta qui il podcast! Dal minuto 08…

Bla Bla… RadioCapital 20.01.2017

20 gennaio 2017. Matteo Demonte ospite a Bla Bla, trasmissione di RadioCapital, ci racconta di Chinamen e delle proiezioni in Paolo Sarpi. Ascolta il podcast cliccando sul video qui sopra, più o meno al min. 54…

Corriere della Sera 19.01.2017

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Capodanno cinese, le proiezioni sui palazzi dividono Chinatown

Dal Corriere della Sera del 19.01.2017 di Marco del Corona

È come se i cinesi del quartiere avessero deciso di festeggiare il loro Capodanno con i compatrioti che li hanno preceduti, quelli che dagli anni Venti e Trenta hanno trasformato via Sarpi e dintorni: un laboratorio di convivenza che, piaccia o non piaccia, evolve a prodigiosa velocità. Da sabato 28 gennaio, giorno in cui comincia l’anno lunare del Gallo, fino al 5 febbraio verranno proiettate su tre edifici, dalle 18 alle 8, immagini evocative della presenza cinese a Milano nel corso degli anni.

Gli autori dell’operazione di arte pubblica, intitolata «Chinamen», sono una coppia di videomaker e illustratori milanesi, Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, già autori del fumetto «Primavere e autunni» (edito da BeccoGiallo), con protagonista il nonno proprio di Demonte, Wu Lishan, immigrato della prima ora. A promuoverla è il centro studi Codici Ricerca e Intervento che, con il sinologo Daniele Brigadoi Cologna, segue con appassionata minuzia le metamorfosi del quartiere (l’iniziativa è all’interno del progetto «Milano Città Mondo #2 Cina» organizzato dal Mudec con il Comune, in collaborazione con il Forum della Città Mondo). Non tutto è andato secondo lo spirito dei promotori. Era stata prevista un’altra location , in via Canonica. I condomini del palazzo interessato hanno rifiutato. Niente cinesi in casa, neanche dipinti.

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Le immagini che saranno proiettate su due palazzi tra via Sarpi (civico 53) e via Lomazzo (civico 6) illustreranno proprio l’evoluzione del fenomeno: «Vedrete un venditore di perle “matte”, cioè di vetro smaltato, tratta da un’immagine d’epoca, tra il 1926 e il 1927. Il Corriere restituiva in modo dettagliatissimo e colorito la vita di queste persone», dicono gli autori. E poi, raggruppate, tre icone dell’incontro fra due mondi: un cinese col codino (a ricordare la delegazione dalla corte imperiale Qing all’Expo milanese del 1906), un altro venditore di cravatte anni Trenta, un ragazzo d’oggi. L’abbraccio di Milano ai cinesi è simboleggiato dalla terza immagine, sul lato della chiesa della Santissima Trinità in via Giusti: è una foto elaborata delle nozze di una delle molte coppie miste (uomini cinesi, donne lombarde) che si unirono dagli anni Quaranta. Si tratta di Attilia Trabucchi, ancora in vita e attiva nel quartiere, e di Hu Bungko, che avrebbe aperto sia la pelletteria Nanchino sia, nel 1962 con tre soci, «La pagoda», primo ristorante cinese della città. Soggetto non casuale, dato il ruolo di sostegno all’integrazione da sempre giocato dalla parrocchia.